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mercoledì 29 ottobre 2014

Una vernaccia pisana...

E’ strano come sia sufficiente percorrere 50 kilometri perché i punti di vista cambino in modo radicale. E così capita che degustando Vernaccia di San Gimignano a Pisa, presso il Park Hotel California, in occasione di una bella serata organizzata dalla Fisar locale alla presenza del direttore del Consorzio di tutela della Denominazione Stefano Campatelli, ci si renda conto in pochi minuti di come, agli occhi di un pisano, diventi una sorta di affascinante oggetto misterioso quello che per te è da sempre “vino quotidiano”. Le 5 milioni di bottiglie di VSG prodotte ogni anno faticano infatti a raggiungere le enoteche della zona: la metà vola all’estero, un altro buon 30% accoglie i 3,5 milioni di turisti che ogni anno visitano la “Manhattan del Medioevo”, e il resto stenta così a coprire la Toscana tutta, figuriamoci l’intera penisola.

Un vino “fiero” - questa la definizione emersa in sala che più mi ha colpito - che pare rivolgersi all’esterno quasi altezzoso: quelle sono le sue caratteristiche, e non farà granché per farvi cambiare idea se non dovesse piacervi. Questa immagine che la Vernaccia restituisce di sé a chi la conosce di meno (e non solo) è al tempo stesso pregio e limite: perché se ci racconta, da un lato, di produttori che stanno sempre più abbandonando le facili scorciatoie dello chardonnay e del sauvignon – usati talvolta per addomesticare il vitigno sangimignanese in accordo con quanto previsto dal disciplinare – è vero anche che certe caratteristiche finiscono spesso con l’incidere negativamente sull’appeal che il nettare prodotto all’ombra delle torri riesce ad esercitare sull’esterno, e si sa che alla fine il consumatore resta pur sempre il sovrano.

E se è lo stesso direttore del Consorzio ad incontrare - ahinoi – una qualche difficoltà nel ribattere a chi sostiene di non “emozionarsi” bevendo Vernaccia, ci proverò io – per una volta un po’ presuntuosamente - con queste brevi note di degustazione. Già, perché la Vernaccia non è una signora dal trucco volgare e dal profumo invasivo, ma una donna un po’ timida e schiva, capace di rivelare solo ai più pazienti uno spessore talvolta assente in vini dai profumi più immediati ed intensamente semplici. Non sono molti, in Italia, i vini bianchi che mostrano la versatilità nell’abbinamento propria della Vernaccia, dovuta in particolare alla sua “robustezza” e sapidità, che la rendono ideale anche per essere impiegata direttamente nella cottura di certe pietanze (ad esempio il coniglio), così come non sono molti i bianchi che mostrano una tale capacità di invecchiamento (tanto che la denominazione è una delle poche a prevedere la tipologia Riserva); la qualità media del prodotto è inoltre invidiabile, grazie anche alla resa in vigna che il disciplinare limita ai 9.000 kg per ettaro. Ecco così che, alla luce di un’analisi che si sforzi di essere complessiva, quella iniziale timidezza di profumi finisce con l’assumere connotati decisamente diversi.  

Cinque i vini in degustazione nel corso della serata:

Az. Agricola Casa alle Vacche, “I Macchioni” 2012: l’unica bottiglia della serata (stando almeno al naso e alle dichiarazioni ufficiali) ad avere in uvaggio anche vitigni diversi dalla VSG. L’olfatto, con la sua banana e la sua foglia di pomodoro, si distingue infatti nettamente dal resto della batteria, raccontando un possibile impiego di sauvignon e chardonnay dai risultati estroversi ma non particolarmente eleganti. In bocca si presenta di buon corpo e freschezza, morbida e sapida, con leggero retrogusto di mandorla amara.

Società Agricola Fontaleoni, “Casanuova” 2012: inizialmente un sentore di straccio bagnato opprime l’olfatto, ma bastano pochi secondi affinché lo spiacevole effetto svanisca, dando spazio ad agrumi e acacia. Vino di bella sapidità e mineralità dall’aspetto un po’ severo e dall' avvolgenza quasi tannica.

Il Colombaio di Santa Chiara, “Campo della Pieve” 2012: questo “cru” di Vernaccia “picca e punge”, per dirla alla Michelangelo: ottenuto dalle uve coltivate in prossimità della Pieve situata nella piccola frazione di San Donato, mostra una tagliente vena acida ed una sapidità particolarmente intensa, con la lingua che avverte quasi una sensazione di anidride carbonica; la sapidità è tale che per godere al meglio di questa bottiglia sembra necessario un abbinamento per contrasto con piatti di buona grassezza. Al naso dominano una nota minerale e tocchi eleganti di erbe aromatiche e fiori bianchi. Anche quest’anno l’intraprendente azienda è stata premiata con i 3 bicchieri del Gambero Rosso (per la versione Riserva), e se ne intuisce il perché.

Il Palagione, Riserva “Ori” 2012: inizialmente il legno è un tantino invasivo, ma poi l’olfatto si distende, con la vaniglia e le spezie dolci che restano piacevolmente in primo piano. Di morbida avvolgenza in bocca, ha buon equilibrio. Vino pronto ma che ha probabilmente ancora margini di crescita nei prossimi mesi.

Riserva Vernaccia Teruzzi e Puthod 2010: colore giallo dorato, è sicuramente il vino più complesso della serata: anche senza il ricorso al legno, lo spettro olfattivo è particolarmente variegato, spaziando da un dolce ananas a idrocarburi e sensazioni minerali. La sensazione in bocca è quella di una secca dolcezza, con una decisa nota ammandorlata. Davvero un bell’esempio delle potenzialità che la Vernaccia può esprimere col passare degli anni.

sabato 12 luglio 2014

A spasso fra le stelle

Passione, è questa la parola che meglio di tutte sintetizza il mio incontro con Giorgio, proprietario dell’azienda agricola “Il Palagione”: è infatti la sua antica ma mai sopita passione per le stelle a donare il nome alle bottiglie prodotte; è la passione per la Toscana che ha condotto lui e sua moglie sin qui, fra i boschi di Castel San Gimignano, costringendolo a fare su e giù dalla natìa Milano per ben diciotto anni; ed è la passione per la campagna e per il buon vino che lo ha spinto a mollare lo stress della città per trascorrere il resto dei propri giorni fra botti e vigne, impegnato nella realizzazione del proprio sogno. “Non si deve mai smettere di sognare”, ammonisce Giorgio, e se la passione e la capacità di sognare non sono magari sufficienti ad ottenere buoni risultati, probabilmente ne sono tuttavia condizione necessaria.

Con le sue cinquantamila bottiglie prodotte all’anno, Il Palagione sembra rappresentare un’armonica sintesi fra tradizione e innovazione: attenzione ai vitigni autoctoni, produzione certificata biologica e impiego di lieviti indigeni da una parte, utilizzo abbastanza diffuso della barrique per avere vini subito “pronti” dall’altro, il tutto si fonde in un unicum privo di quegli eccessi tanto di moda che finiscono col rendere spesso una bottiglia di vino più simile ad un manifesto ideologico che non ad uno strumento per il piacere.

L’80% circa delle vendite è diretto verso l’estero, Giappone, Germania e Stati Uniti su tutti, e il proprietario ha di recente acquistato nuovi terreni a San Gimignano, con l’intenzione – almeno in una prima fase - di vinificarne le uve a parte. Cinque gli assaggi propostimi, fra cui spiccano Vernaccia di San Gimignano Docg e Chianti Colli Senesi Docg, le bottiglie che costituiscono di fatto l’ “ossatura” dell’azienda.

HYDRA Vernaccia di San Gimignano 2013: il naso è quello tipico di una Vernaccia 100%, un po’ timido e in punta di piedi, ma capace di regalare ai più pazienti piacevoli sorprese: timo limonato, agrumi, acacia e gesso su tutti, con buona intensità ed eleganza.

In bocca il vino è di buon corpo, caldo (a Castel San Gimignano, mi dice Giorgio, si fatica a rimanere sotto i 13%), fresco, sapido, con un leggero retrogusto di mandorla amara, non molto persistente. Abbinamento ideale con i crostacei, ma attenzione alla piccantezza del piatto che potrebbe stridere con il leggero retrogusto amaricante del vino.



ORI Vernaccia di San Gimignano Riserva 2011: si presenta al naso con canfora, pompelmo e note conferite al vino dalla permanenza in legno, fra vaniglia e sentori di tabacco.

In bocca è morbida (grazie alla fermentazione malolattica svolta in botti di legno), calda, sinuosa, abbinabile a secondi di carne bianca non troppo strutturati (anche in questo caso la persistenza è sufficiente) come un coniglio, magari cotto proprio nella Vernaccia.



CAELUM Chianti Colli Senesi 2013: un 100% Sangiovese con le sue classiche e rassicuranti note di ciliegia e mammola, condite da un tocco fumé conferito al vino dal legno di secondo passaggio in cui avviene la fermentazione malolattica.

In bocca è giustamente tannico, caldo e fresco, un vino di pronta e facile beva, in linea con lo stile della casa.